Home AuthorCinzia Cicatelli Ibrahim al-Koni: l’eco del deserto

Ibrahim al-Koni: l’eco del deserto

by Cinzia Cicatelli

A partire dagli anni ’70 le mute ed eterne distese desertiche che occupano gran parte della Libia  si animano e prendono voce: Ibrahim al-Koni (Ghadames, 1948) attraverso le sue opere instilla un soffio vitale nelle aride screpolature del Hamàda al-Hamra e feconda le inospitali sabbie del Sahara come una divinità innamorata della sua terra. 

Il deserto, dispensatore di vita e di morte, rifugio materno e trappola crudele, catarsi e dannazione, costituisce nella sua duplice e contraddittoria essenza il protagonista indiscusso dell’intera produzione letteraria di al-Koni. Ma le distese di sabbia e le alture rocciose che fanno da sfondo a capolavori come Pietra di sangue non assomigliano per niente alla visione esotica e dorata impressa nell’immaginario occidentale, né costituiscono un habitat totalmente inospitale ed ostile; al contrario sono uno spazio sacro, palpitante di vita, abitato da creature terrene e soprannaturali, intriso in ogni suo atomo di una profonda spiritualità. Non fatevi ingannare dalla trama e dall’ambientazione di Pietra di sangue (forse a primo acchitto poco appetibile, considerando la grande popolarità di romanzi come “Cinquanta sfumature di grigio”), perché è un vero capolavoro!

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Il romanzo – che rivisita la vicenda biblica di Caino ed Abele – narra la tragica vicenda di Assuf, un pastore da sempre vissuto in simbiosi col deserto roccioso del nord della Libia, rifuggendo qualsiasi contatto con gli altri esseri umani di cui teme la crudeltà. Fin dalle prime pagine emerge il rapporto privilegiato tra Assuf e le creature simbolo del deserto: il muflone e la gazzella, a cui sembra unito da un vincolo soprannaturale. Il magico equilibrio instauratosi tra il protagonista e gli animali del deserto viene, però, improvvisamente minacciato dallo spietato Qabil (Caino, appunto) nutrito alla nascita con sangue di gazzella e perciò dipendente dalla carne tanto da rasentare la pazzia se ne viene privato. Qabil, dopo aver sterminato tutte le gazzelle del deserto di sabbia, decide di dare la caccia ai mufloni, provando il desiderio incontenibile di assaggiarne la carne (una sorta di Hannibal Lecter insomma!) e si lancia, quindi, alla ricerca di Assuf, l’unico in grado di scovare i nascondigli del desiderato animale. Sta a voi immaginare (e leggere, magari) il finale!

In questo romanzo, al-Koni denuncia con toni molto crudi, quasi splatter, la “sopraffazione del progresso e della civiltà, con la loro brutalità e con il loro spavaldo rifiuto del soprannaturale, sul mondo antico e incontaminato del Sahara”. Lo scrittore (più volte candidato al premio Nobel e con più di 80 opere all’attivo tradotte in oltre 30 lingue – non proprio uno scrittore qualunque, per intenderci) ci racconta il legame simbiotico che i Tuareg instaurano con la loro terra, a cui sono indissolubilmente uniti da vincoli ontologici: il nomade è parte del deserto e con esso condivide la natura divina di quel microcosmo, ed è solo tramite esso che può raggiungere Dio e che può raggiungere il luogo “della salvezza eterna [dove sono] ammessi soltanto quei coraggiosi disposti a squarciarsi il petto e offrirle il loro cuore”.

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Ibrahim al-Koni, Pietra di sangue, traduzione di Rolando del Cason e Samuela Pagani, Roma, Jouvance, 1998, pp.136.

 

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2 comments

Maria 9 Aprile 2013 - 3:12 pm

Articolo magistralmente redatto! Non vedo l’ora di leggere il libro. 😉

Cinzia Cicatelli 9 Aprile 2013 - 4:22 pm

Troppo buona mary! C’è anche una raccolta di racconti di al-Koni che si intitola “la patria delle visioni celesti” ed è molto carina. Grazie cmq 🙂

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