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Diventare arbitro – L’arte di essere invisibile

di Mario D'Errico

Nello sport c’è una figura che, più di ogni altra, è davvero odiata. Parliamo ovviamente dell’arbitro. Ogni sport ha il suo arbitro (o giudice che dir si voglia) ed ogni arbitro, che si tratti di uno sport collettivo o singolo, non viene visto di buon occhio da chi è in campo, ma soprattutto dai tifosi. Brutto mestiere!

Pensateci, l’arbitro è quella figura nello sport che, pur non essendo sempre sotto i riflettori, non può mai abbassare il suo livello di attenzione, non può avere cali fisici né psichici e, soprattutto, non può sbagliare. Da sottolineare, nella sua unicità, che l’arbitro è l’unico sportivo che per essere apprezzato deve essere invisibile. Ma per esserlo, dovrebbe fare tutte le scelte che il pubblico ed i giocatori si aspettano, così da evitare polemiche e critiche.

In poche parole, un buon arbitro dovrebbe essere perfetto! Perfetto, però, per entrambi i contendenti. Cioè, di cosa stiamo parlando? Eppure ogni sport ha il suo miglior arbitro, quello il cui errore viene meglio metabolizzato: “se ha sbagliato lui, era davvero impossibile prendere la decisione giusta”.

Ma parliamo di eccezioni. Eccezioni ad una regola che vede l’arbitro come il nemico!

Purtroppo, però, quello che i più non si domandano è: cosa c’è dietro ogni arbitro e, soprattutto, cosa ha dovuto fare quell’arbitro affinché, in quel momento, potesse essere in quel luogo a prendere una decisione, a mettersi in gioco, a rischiare spesso la propria reputazione?

arbitriEcco, provo a darvi una risposta! Tutti, chi più chi meno, sappiamo che ogni giocatore per arrivare a calcare un campo nelle serie top, che si parli di calcio, di basket, di tennis o rugby, ha bisogno del suo talento e di tanta fortuna. Sì, la fortuna di essere notato e di militare nella società giusta al momento giusto. Per gli arbitri (o giudici) tutto ciò non basta. Per un arbitro non esiste il salto di categoria e, soprattutto, non può esistere il fenomeno di turno (o è davvero rarissimo). Avete mai visto un arbitro di 16 anni esordire in Serie A come Donnarumma (l’attuale portiere titolare del Milan)? NO!

Per diventare arbitro un atleta è costretto ad una lunga gavetta.

È obbligato a mangiare la polvere dei campi di provincia, subire gli insulti dei genitori di quei piccoli fenomeni che ogni padre crede di avere come figli ed è spesso costretto a fare lunghi viaggi, da solo, per raggiungere un campo da gioco lontano. Quello stesso campo in cui, prima della partita, trovi tutte persone che riservano per la stimata figura dell’arbitro il massimo rispetto: “signore, ha bisogno di qualcosa?”, “signore, sono qui a sua disposizione”.

Poi, dopo il calcio di inizio o dopo il via al gioco, improvvisamente tutti diventano suoi nemici. Ci si dimentica, o forse non si sa che ogni arbitro (ed in questo caso parliamo nello specifico del calcio), per arrivare alla “gloria” deve superare, una ad una, tutte queste categorie:

  • esordienti
  • giovanissimi
  • allievi
  • juniores
  • seconda categoria
  • prima categoria
  • promozione
  • eccellenza
  • serie D
  • lega pro
  • serie B
  • serie A

E vi assicuro che ho saltato alcune categorie, perchè di difficile comprensione per i più.

diventare arbitroQuindi, ogni arbitro che vedete correre sui campi di Serie A ha attraversato questa gavetta. Raggiunta la gloria, poi, questa spesso si trasforma in accuse, insulti e minacce!

Che brutto mestiere davvero, quello dell’arbitro.

Ma, cosa davvero incredibile, chi pratica questa attività risulta afflitto dal virus arbitrale. Infatti, come ama dire l’attuale Vice-Presidente dell‘AIA Pisacreta: “chi pratica questo sport con dedizione, convinzione e passione, sente il bisogno di arbitrare: più si arbitra, più si vorrebbe continuare ad arbitrare, e in assenza di ciò sentiamo un grande vuoto, colmabile solo con l’attività sul campo”.

Quindi, nell’educazione allo sport, andrebbe spiegato a tutti che verso l’arbitro servirebbe rispetto! Non il timore reverenziale o la falsa cortesia. Ogni volta che si osserva un arbitro scendere in campo bisognerebbe ricordarsi che, anche se volontariamente, quella è una persona che ha deciso di mettersi in gioco, alla pubblica gogna, per cercare di assicurare che il tutto si svolga nel rispetto delle regole.

E purtroppo l’errore c’è e ci sarà sempre. L’errore è umano e l’arbitro è umano.

Arriverà la tecnologia, ma alcune scelte saranno sempre a discrezione della persona e non della macchina e quindi non si raggiungerà mai la perfezione. Ma di certo, bisogna sempre credere nella buona fede. In caso contrario, spegnete la tv, non andate più allo stadio o a vedere qualsiasi partita o competizione. Se credete che ci sia cattiva fede, non c’è più alcun motivo per continuare a seguire quello sport.

In caso contrario buono sport e, soprattutto, in bocca al lupo agli arbitri (o giudici) in attività!

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